Pironti Galiani

Ferdinando Galiani: i rapporti con Montoro e le collezioni antiquarie

 

 

AB.FERDINANDO GALIANI

 

 

L’abate Galiani (1728 – 1787). Da un ritratto custodito a Montoro

 

L’Università (come in antico era chiamato il Comune) di Montoro è stata la culla degli avi dell’abate Ferdinando Galiani (2 dicembre 1728-30 ottobre 1787).

Da due fratelli, infatti, nati a San Pietro nella prima metà del seicento, discendono entrambi i rami del Casato: quello montorese dei baroni Galiani e quello pugliese, da cui è derivato l’illustre economista.

Il secolo XVIII rappresenta un periodo di grande vitalità per le regioni meridionali, con il formarsi di un ambiente sociale che testimonia, con le proprie opere, il rinnovamento in atto.

Prendendo in esame la terra di Montoro, questa vitalità è impersonata, nel campo delle scienze economiche e archeologiche, da persone, legate per certi versi al nostro paese, che operarono in quel secolo e nei primi decenni del secolo successivo, tra cui è il caso di citare il tenente del Genio Militare, Agnello Santoro, inventore della famosa macchina idraulica, per recuperare dal mare cannoni e attrezzature (1), il marchese Giovan Angelo Tango, che tenne una cattedra di matematica e balistica nel collegio militare e fu esaminatore nella scuola politecnica di Napoli (2), fra Nicola Onorati Columella (3), francescano, che fu residente nel 1786 nel Convento di S. Maria degli Angeli in Torchiati, dove si dedicò agli studi di agricoltura e di economia campestre e del quale alcune opere sono rilegate con quelle di Vitantonio Ascolese (4) (oriundo di Piazza di Pandola), così da sviluppare la materia di economia pratica rurale, sotto molteplici aspetti e, infine, Gaetano Stoppa (5), di San Bartolomeo, nato alla fine del settecento, che fu studioso delle scoperte archeologiche, seguendo la strada già tracciata dal Galiani, il quale ultimo, come dice il Diodati (6), fu autore di << molte memorie antiquarie, che furono inserite nel primo volume delle pitture di Ercolano >>.

A questi nominativi può essere aggiunto anche quello di Giuseppe Maria Galanti (Santa Croce del Sannio 25-11-1743, Napoli 6-10-1806) imparentato con il conte Michele Pironti (Misciano 1814, Torre del Greco 1885) che scrisse su di lui una nota biografica (7).

Galanti fu un economista calato nella pratica. Una delle sue opere più rilevanti, la descrizione del Regno di Napoli (8), affronta i problemi concreti dello Stato, quali il fisco, il catasto, la bonifica delle paludi, la feudalità, le condizioni delle carceri.

Appare nella sua opera il contrasto con le idee del Galiani, innescato da motivi pratici. Galanti è uno studioso dei problemi concreti, laddove Galiani appare teorico, anche se quest’ultimo, nell’affrontare le teorie economiche e nei pareri, risulta ricco di idee e di proposte, oltre che conoscitore approfondito della realtà del Regno (9).

 

 

FERDINANDO E BERARDO GALIANI : STUFETTA

F. Galiani: “Della perfetta conservazione del grano” – Tip. Raimondi 1754: stampa raffigurante la “stufetta “ su disegno

del Marchese Berardo Galiani

Gli aspetti della personalità di Ferdinando Galiani, trattati in questo articolo, prendono le mosse da un documento, il testamento dell’abate, redatto a Napoli nel 1787 (10), in cui egli, fra l’altro, ritenne di includere gli oggetti particolarmente significativi da lui stesso posseduti e dare a questo materiale una destinazione futura.

In un passo del testamento il Galiani nomina specificamente il ramo originario della famiglia, cioè quello di Montoro, dettando la seguente disposizione: << Lascio al barone D. Lorenzo Galiani di Montuori, che è della stessa mia Famiglia, il gesso ed il Cavo della testa del fu Monsignor ( Celestino ) Galiani, alcune testine di Castelli dove è l’arma di Casa nostra e tutte le scritture che sono tralle mie e che appartengono alla famiglia Galiani e di altre famiglie inparentate ad essa e finalmente tutti i quadri di nostra famiglia>>. (11)

Appare, quindi, nell’abate, la volontà di trasmettere al ramo montorese, continuatore del cognome, l’eredità morale costituita da ricordi, documenti, oggetti intimamente legati al gruppo familiare, secondo una concezione non aliena dalla mentalità dell’epoca settecentesca, con il riferimento alla storia basata sulla ossatura portante di famiglie e di genealogie.

L’abate esprime, nello stesso tempo, il desiderio che una traccia storica di se stesso e dei propri stretti congiunti, venga custodita a Montoro, nei << luoghi di nostra antica e comune patria >> come egli già ebbe a scrivere in una lettera del 14 aprile 1775 (12) lettera che ci mostra nell’abate una componente sentimentale piuttosto rara, considerando il suo spesso ostentato cinismo.

Frequenti, nel passato, erano stati i rapporti tra i due rami della famiglia, discendenti dai fratelli Vincenzo (1608-1677) capostipite del ramo montorese e Stefano (1614-1672) di quello pugliese, figli di Annibale e Vincenza Pironti, rapporti intensificatisi quando l’abate richiese, insieme al fratello Berardo, notizie sul ceppo originario della famiglia, corredate da testimonianze documentarie ed epigrafiche. Notizie che gli furono trasmesse dal cugino montorese, barone Giovan Lorenzo ( lo stesso nominato nel testamento ) costituite, tra l’altro, da due iscrizioni riguardanti la famiglia, l’una del 1350, l’altra del 1552, copiate e autenticate per atto notarile del 17 marzo 1759. (13)

Non va, inoltre, tralasciato che i rapporti tra i due rami della famiglia e con Montoro erano stati, anche in precedenza, frequenti come si rileva, tra l’altro, da tracce documentarie riguardanti lo zio dell’abate, mons. Celestino Galiani (14) (Foggia 5-10-1681 – Napoli 25-6-1753), uno degli uomini più dotti d’Europa, autore di una intelligente e moderna riforma degli studi, alla quale attese quando rivestì la carica di Cappellano Maggiore che allora comportava attribuzioni di governo in merito alla organizzazione della Università.

A mons. Celestino fa anche riferimento l’arciprete montorese Domenico Scoppa nelle sue “pagine sacre” del 1731, includendolo tra i prelati oriundi del clero regolare di Montoro.

Non sicuro, invece, è il rapporto familiare con i Galiani, di Fasano, trasferiti in Francia in conseguenza della rivoluzione del 1799, dei quali un discendente, nominato, nel secondo Impero, cavaliere de la Serre, tentò la pubblicazione delle opere di Ferdinando Galiani ritenendosi, mediante un piccolo ritocco al proprio albero genealogico, per dirla col Nicolini (15), nipote cugino dell’abate.

Inoltre, dai documenti dell’archivio Galiani di Montoro, non risulta nessun vincolo di parentela con il sig. Natale Ferdinando, poi De Natale Sifola Galiani. (16)

Gli oggetti donati alla famiglia Galiani, di Montoro, come si è detto, erano costituiti oltre che da carte familiari, anche da cinque ritratti ad olio raffiguranti l’abate stesso, il padre Matteo, il fratello Berardo e lo zio Celestino, riprodotto in due pose diverse: quadri attualmente conservati presso il Museo di San Martino in Napoli per donazione del canonico barone Giovanni Galiani e consegnati da suo nipote ing. Costantino Cutolo e, nel caso del secondo ritratto di mons. Celestino, presso la curia arcivescovile di Salerno, per donazione, avvenuta intorno al 1960, dello stesso canonico.

Tra gli oggetti elencati nel testamento sono indicati alcuni vasi di terracotta <<testine di Castelli >> cioè di manifattura abruzzese di Castelli, località rinomata per la produzione di ceramiche.

Uno di questi, passato da generazione in generazione, è conservato ancora a Montoro. E’ una brocca del sec. XVIII che mostra la raffigurazione dello stemma dei Galiani in una composizione molto elegante. Lo stemma, nei contorni e nel fregio che lo sormonta a guisa di corona, presenta completa identità con il disegno inciso sul sigillo usato dal fratello dell’abate, marchese Berardo Galiani, identità riscontrabile sia nei detti contorni dello scudo che nella raffigurazione del campo, costituita da una colonna su cui è posto un gallo fissante una stella, in alto a destra, in campo azzurro. (17)

Particolarmente piacevoli sono le altre figure che ornano la brocca: amorini, intrecci di fiori di vario colore, nelle vicinanze dei quali si scorge, quale particolare volutamente realistico, la presenza di piccole farfalle campestri. L’insieme è, quindi, funzionalizzato a dare l’idea della variopinta serenità della campagna.

Altro aspetto, risultante dal testamento, è quello delle collezioni di antichità romane, di cui il Galiani fa menzione fissando anche il prezzo che gli eredi, in questo caso le nipoti, figlie del fratello, avrebbero potuto chiedere nell’ipotesi di vendita, previa offerta, allo stesso prezzo, al re di Napoli. La collezione, non essendo stata acquistata dal sovrano, fu venduta all’asta.

Va aggiunto, inoltre, che in quello che l’abate definisce il suo “Museo” (18) esistevano in deposito varie iscrizioni recuperate negli scavi di Cuma e Miseno: esse, alla morte del Galiani, in numero di diciotto iscrizioni più un bassorilievo, furono consegnate allo Stato napoletano.

Questo materiale antiquario ci ricorda il grande impegno profuso da Ferdinando Galiani nella ricerca archeologica in Campania negli anni attorno al 1775 in cui fu socio della Accademia ercolanense; basti pensare al contributo alla compilazione del volume sulle pitture antiche di Ercolano e alle sue geniali intuizioni (che ci manifesta commentando l’ode XI di Orazio) sulle caratteristiche, in epoca romana, del territorio di Baia, Bacoli e Miseno, relativamente alle quali località archeologiche egli propose un progetto, purtroppo non attuato, di risanamento, comprendente anche la ricostruzione del porto di Baia. Le intuizioni del Galiani hanno trovato piena conferma nelle ricerche sottomarine di questi ultimi anni.

E’ cosi che il pensiero di Galiani, attraverso lo studio dell’antico, comprendeva il senso della storia e di quelle sepolte civiltà, basando la propria convinzione sulla lettura critica dei miti classici e delle odi di Orazio. Tale accresciuta conoscenza riversava nell’indagine sul presente, basandosi sulle analogie che scorgeva tra antico e moderno, pur nel continuo rinnovarsi del mondo. (19)

La parte di maggior rilievo delle raccolte galianee era costituita dalle monete romane, soprattutto del periodo dell’impero, risultato di ricerche e scambi. Circa queste monete, sistematicamente ordinate dall’abate in un << numeroso medagliere >> fu disposto nel testamento: <<Voglio che i miei esecutori testamentari offrino alla Maestà del Re mio Sovrano il mio museo di medaglie antiche e dei bassi tempi e del regno per il prezzo di 6000 ducati quantunque vaglia molto di più>>.

Come si è detto, la collezione, rifiutata dal sovrano, fu venduta all’asta per espressa deliberazione testamentaria, che contemplava questa alternativa.

Ci rimane, però, la memoria di un solo esemplare, bastevole per farci conoscere l’importanza del tutto.

Esso è raffigurato sul frontespizio della seconda edizione del trattato “Della moneta” – 1780 –riprodotto fedelmente, mediante incisione in rame, ad opera del sommo artista Raffaello Morghen

 

 

  FERDINANDO GALIANI: MONETA

 

“Della moneta” di Ferdinando Galiani II ed. 1780. R.Morghen: medaglione di Costanzo II

 

L’abate Ferdinando e il fratello Berardo, infatti, curavano personalmente e con precisione le edizioni delle proprie opere, che pertanto si rivelano dei veri capolavori in fatto di arte libraria.

Come testimonianza delle attività economiche dell’uomo e del commercio, il Galiani volle che la seconda edizione di quella che è la sua opera fondamentale (la cui modernità e originalità per intuizioni in fatto di economia è stata di recente riaffermata) portasse inciso come idea simbolo del contenuto un esemplare (inedito fino a quel tempo) delle monete di sua proprietà, esistente, cioè, <<apud auctorem>> presso l’autore, come è specificato nel campo della stessa incisione. Si tratta di un medaglione di bronzo dell’imperatore Costanzo II (337-361 d. C.) figlio di Costantino. I medaglioni erano multipli della moneta corrente dello stesso metallo, la cui raffigurazione riproducevano in migliore fattura, per affermare prestigio economico.

Questa moneta è indicata come esemplare di grande rarità nella più significativa e moderna pubblicazione di numismatica imperiale romana, “The Roman Imperial Coinage” (R. I. C.) 1981, che la data al periodo dall’inverno 354 all’estate del 361 d. C. (20)

Per un aspetto, però, il medaglione del Galiani costituisce un pezzo unico, in quanto non se ne conosce altro che ne raggiunga il diametro di 33 millimetri.

Oltre ai compilatori della pubblicazione anzidetta, anche prestigiosi autori, quali il Cohen, 1880, (21) e lo Gnecchi, 1912 (22), non conoscono alcun esemplare di uguale circonferenza, dato che nelle loro pubblicazioni catalogano esemplari del genere, comunque rari, ma di diametro inferiore.

Il medaglione porta al diritto il busto dell’imperatore Costanzo II e al rovescio tre figure femminili rappresentanti i tre metalli della monetazione romana: oro, argento, bronzo. Ciascuna di queste figure, immagini della dea Giunone-Moneta, porta una bilancia e una cornucopia e ha ai piedi un mucchietto di metallo.

Il Galiani, nel pubblicare questo esemplare della sua collezione, ha voluto richiamare l’idea di una moneta prestigiosa per lo Stato e della prosperità nel commercio.

La numismatica, infatti, come scienza sussidiaria della storia, svolge la funzione di individuare gli aspetti della vita materiale, costituiti dai flussi di ricchezza, dalla divulgazione del metallo monetario presso più o meno ampi strati della popolazione, dal rafforzamento o indebolimento della moneta in un determinato periodo.

Purtroppo la collezione di Galiani è andata dispersa, ma dalla descrizione di questo unico esemplare, di cui ci è restata memoria, attraverso il disegno del Morghen, si può avere sentore della particolarità di cui era rivestita la raccolta, per qualità dei pezzi e per conservazione, cosi da farci scoprire, ancora una volta, la accuratezza dello studio e l’entità delle conoscenze in materia storica del possessore.


Note:

(1) Sul Santoro e sugli altri nominativi citati di seguito cfr. Aurelio Galiani: “Montoro nella storia e nel folklore” Montoro, tip. Rivellini, 1947; II ed. a cura di Aurelio Pironti, 1990. Agnello Santoro fu successivamente Capitano del genio e comandante del forte Giuseppe Buonaparte e della Piazza di Salerno, Capitano Direttore delle fabbriche di armi di Lancusi, Torre, Napoli, Presidente, nel 1845, della suprema Corte Militare in Sicilia. Mori longevo.

(2) Giovan Angelo Tango, ottenne l’importante incarico della “visita alle castelle” e fu a capo dell’Accademia di Architettura. Il 13 novembre 1769, fu nominato Marchese dal re Ferdinando IV.

(3) Nicola Onorati, che aggiunse il cognome Columella per ricordare il personaggio romano che affrontò i problemi di agricoltura, nacque a Craco in Basilicata nel 1754 e mori a Napoli nel 1822. Fu autore di varie opere di agricoltura, prima fra tutte “Delle cose rustiche” 1791 in dieci volumi e pubblicò una infinità di biografie di uomini illustri, molti dei quali farmacisti o botanici.

(4) Vitantonio Ascolese diede alle stampe nel 1832 un “Manuale economico rurale” che ebbe molto successo e un’opera enciclopedica pubblicata a dispense.

(5) Gaetano Stoppa, morto nel 1846 pubblicò “L’architettura romana” e “Ruine di Pompei”compendiando in queste due opere la storia delle scoperte e tracciando una possibilità di organizzazione del patrimonio archeologico di Pompei ed Ercolano

(6) Luigi Diodati: “Vita dell’Abate Ferdinando Galiani-Regio Consigliere” Napoli, Vinc. Orsino, 1788.

(7) Michele Pironti: “Della famiglia Galanti di Santa Croce di Morcone (Benevento)” Napoli, stab. tip Cav. Giannini, 1879.

(8) Giuseppe Maria Galanti: “Napoli e suo contorno-con appendice” Napoli 1803; “Breve descrizione della città di Napoli e del suo contorno (1792 )” Ed. critica di M. R. Pelizzari, 2000.

(9) Cfr. in proposito Mario De Luca: “Gli economisti napoletani del ‘700 e la politica dello sviluppo” Morano, 1968

(10) Il testamento dell’abate Galiani fu oggetto di un articolo di Giuseppe Ceci pubblicato nella rivista “Napoli nobilissima”, XIII-XIV anno 1904.

Ad esso fa anche cenno l’intervento di Roberto Pane, dal titolo: “Ferdinando Galiani e l’antico” edito negli atti del convegno italo-francese sul Galiani – Accademia Nazionale dei Lincei 25-27 maggio 1972 (ed. Acc. Lincei – Roma 1975). Il brano riguardante il legato disposto a favore della famiglia Galiani di Montoro è riportato da Aurelio Galiani nella monografia: “L’abate Ferdinando Galiani. Contributo alle origini montoresi dell’abate nel 2° centenario della sua nascita”, Avellino-Pergola 1928, pag. 18. Ne fa pure menzione Fausto Nicolini nell’opuscolo “La famiglia dell’abate Galiani”, Firenze, Dep. Toscana Storia Patria, 1930. In archivio Galiani – fondo Aurelio Galiani – Montoro, esiste una nota coeva, manoscritta, del barone Giovan Lorenzo Galiani, recante la trascrizione del testo del legato, che è quella riportata in questa sede.

 

(11) Copia del codicillo del testamento è, come si è detto, in Archivio Galiani.

(12) A.Galiani, “L’abate Ferdinando Galiani”, op. cit. pag. 16;

A. Galiani, “Montoro nella storia e nel folklore”, Rivellini, 1947, Montoro 1990, II edizione a cura di Aurelio Pironti. Doc. in Archivio Galiani – Montoro

(13) Archivio Galiani, fondo A. Galiani.

(14) Su Celestino Galiani e i suoi rapporti con lo zio montorese Giuseppe Galiani, poi vescovo, cfr. Gino Piccininno, Aurelio Pironti : “Giuseppe Galiani Vescovo di Sant’Angelo dei Lombardi e Bisaccia” Tuttolibri editore 2007. Cfr inoltre doc. in Archivio Galiani, tra cui lettera del canonico Vito Antonio Rossi, diretta a D. Giovan Leonardo Galiani, di Montoro.

(15) Fausto Nicolini: “La famiglia….”, op. cit. 1930.

Nell’archivio Galiani di Montoro esiste una corrispondenza epistolare con questo <<monsieur le chevalier Galiani de la Serre >>.

(16) Nel sito: casapulla.altervista.org/sagadenatalesifola.php sono state copiate, tra le altre, le opere di F. Nicolini (“La famiglia…”1930) e di T. Carrafiello (“Berardo Galiani…”1995), ma al momento della trascrizione in “internet” esse risultano cambiate in molti punti. Per una esatta lettura: cfr. Fausto Nicolini: “La famiglia dell’abate Galiani” op. cit. 1930; Tommaso Carrafiello: “Berardo Galiani, intendente di architettura” in Archivio Storico per le Province Napoletane, n. CXIII, Società Napoletana di Storia Patria, 1995.

(17) In araldica <<la destra dello scudo è la sinistra di chi lo guarda e viceversa la sinistra è la destra

dell’osservatore. Infatti figurandosi un cavaliere che abbia imbracciato lo scudo, la parte che ci sembra la

sinistra sarà invece rivolta a destra di chi lo porta>>. Da un foglietto volante in archivio Galiani-Montoro.

(18) Nel Museo del Galiani erano contenute anche delle curiosità, quali la spada del duca Valentino, Cesare Borgia, oggetto comprato dall’abate a Napoli, dove era stato portato dal ministro duca di Montealegre.

Nel 1904 la spada era posseduta dalla famiglia Gaetani, cui pervenne per eredità.

(19) Cfr. F. Nicolini, “G. B. Vico e Ferdinando Galiani”, in Giornale storico della letteratura italiana, LXXI, 1918.

(20) R. I. C. – Londra – Spink & Son Ltd – 1981 – vol. VIII, pag. 297, esemplare n. 457, rarità 4, diametro 30-31 mm. per cui inferiore a quello dell’esemplare di cui trattasi. La moneta è attribuita dagli autori del R. I. C. alla zecca di Roma: i coni presentano diverse varietà di stile nel rovescio, per cui si presume (dal R. I. C.) più di una emissione. Il rovescio riprende una simbologia del tempo dei Severi, poi usata dagli imperatori Probo, Carino, Caro, Giuliano e Costanzo II.

(21) Cohen H., “Description historique des monnais frappées sous l’Empire Romain” 1880-1892, pag. 462, esemplare n. 144 – prezzo 3 fr. oro. Il Cohen definisce la moneta un medaglione di modulo fievole (ridotto), mod. 8 del Mionnet, cioè del diametro di mm. 28. Un esemplare fu donato, dal Mionnet, al Cabinet de France.

(22) Gnecchi F., “Medaglioni romani”, voll. 3, Milano 1912. L’autore descrive il n. 144 del Cohen.



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